Le merende di una volta: il tavolo che portiamo con noi

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La banda di Gusto Furbo: Giulia, Marco e Chiara in cucina
Ultimo aggiornamento: 10 ottobre 2026
Nina porge pane e pomodoro a Elvira nella vecchia cucina, mentre Irene osserva il gesto accanto al tavolo. Salva
Nina porge pane e pomodoro a Elvira nella vecchia cucina, mentre Irene osserva il gesto accanto al tavolo.

Questo è un racconto originale di fantasia. Personaggi, dialoghi e vicende sono inventati. Le merende appartengono alla memoria dei protagonisti, senza rappresentare tutte le famiglie o le abitudini di un'intera regione.

1. La scatola sul pavimento

La scatola cadde quando Irene tirò fuori la tovaglia. Colpì il pavimento di spigolo, si aprì e lasciò rotolare un bottone bianco sotto il frigorifero. Il rumore sembrò troppo forte nella cucina quasi vuota.

Irene restò con la stoffa fra le mani. Sul ripiano erano rimasti un bicchiere, il mazzo delle chiavi e un rettangolo più chiaro dove per anni aveva appoggiato la radio. La tovaglia aveva piccoli quadretti gialli e una macchia vicino all'orlo, una mezzaluna che nessun lavaggio aveva cancellato.

«Quella viene con me», disse Elvira.

Sua madre era sulla porta con una penna infilata nell'apertura del cardigan. Aveva ottantadue anni e da tre settimane scriveva sui cartoni con una fermezza che Irene trovava irritante. Cucina. Camera. Da regalare. Non usava mai la parola ricordi.

«Pensavo di prenderla io.»

«Hai preso il servizio delle feste. Questa mi serve.»

Irene piegò la tovaglia lungo una linea diversa da quella vecchia. Domani avrebbero restituito le chiavi. Quarantanove anni in quella casa, e sua madre parlava della tovaglia come di qualcosa da mettere sotto un piatto.

Il nuovo appartamento era al piano terra, a pochi isolati. Elvira l'aveva visitato due volte, aveva controllato la finestra della cucina e misurato lo spazio per il letto. Irene aveva fatto i conti del trasloco, chiamato il proprietario, organizzato le utenze. Continuava però a chiamarlo «la sistemazione», come se fosse un posto provvisorio deciso da qualcun altro.

Elvira si chinò per raccogliere la scatola di latta blu. Sul coperchio c'era una rosa quasi cancellata; lungo il bordo, due ammaccature tenevano la vernice sollevata.

«Lascia, faccio io.» Irene la precedette.

Dentro trovò fili, bottoni, un ditale e un cartoncino ripiegato. Lo aprì aspettandosi una ricetta. C'erano misure di pantaloni, una somma sottolineata e tre nomi: Irene, Bruno, Marta.

«Che cos'è?»

«Una delle mie liste.»

«Perché ci siamo noi?»

Elvira guardò il foglietto, poi la figlia. «Perché venivate qui.»

Irene ricordava la madre davanti al tavolo, una fetta di pane appoggiata sul piattino, lo zucchero che scricchiolava sotto i denti. Non ricordava quelle somme. Avvicinò il cartoncino alla finestra, cercando una data.

Dal corridoio arrivò Nina con un rotolo di nastro adesivo infilato al polso. Aveva diciassette anni e considerava il trasloco un insieme di oggetti da spostare, non una prova di fedeltà alla famiglia.

«Il mobile dell'ingresso è vuoto. Questo dove va?»

Irene non rispose subito. Poi prese il telefono e scrisse a Bruno e Marta, gli amici con cui aveva fatto le elementari: Se riuscite, passate alle quattro. Portate qualcosa per merenda.

«Avevamo detto di finire entro le cinque», osservò Nina.

«Finiremo.»

Elvira lesse i nomi sullo schermo. «Il coltello del pane è nel cassetto in basso. Non chiuderlo ancora.»

Irene sentì allentarsi qualcosa nel petto. Per un momento credette che sua madre avesse capito: quella cucina aveva bisogno di un ultimo pomeriggio uguale agli altri.

2. Tre modi di tagliare il pane

Bruno arrivò con una pagnotta sotto il braccio e una bottiglia d'olio nella tasca della giacca. Marta portò del cioccolato e due pomodori, avvolti separatamente perché, spiegò sulla soglia, «non voglio ritrovarmi la tavoletta schiacciata».

Si salutarono urtandosi fra il citofono e un cartone di asciugamani. Bruno cercò l'attaccapanni nel punto abituale e trovò soltanto due fori nel muro. Rimase con la giacca sollevata, poi la posò su una scatola.

«La casa è diventata più grande», disse.

«È diventata vuota», rispose Irene.

Marta passò un dito sul bordo del tavolo di formica verde. In un angolo c'era ancora il piccolo taglio che avevano fatto cercando di aprire una confezione di pennarelli.

«Questo l'aveva fatto lui.»

«Tu tenevi le forbici», disse Bruno.

«E tu dicevi più forte.»

Elvira si sedette. «Io ricordo che avete dato la colpa al gatto. E noi non abbiamo mai avuto un gatto.»

Nina rise dal lavello. Stava lavando i pomodori sotto l'acqua corrente; quando si voltò, vide sua madre sorridere con un'espressione che conosceva poco, senza controllare l'ora.

Irene aveva comprato il burro quella mattina. Lo tirò fuori dal frigorifero e lo mise su un piattino. Cercò lo zucchero, ma la zuccheriera era già avvolta nella carta.

«Nel barattolo piccolo», disse Elvira. «Quello vicino alla finestra.»

Bruno posò il pane sul tagliere pulito e cominciò a fare fette sottili. Irene gli fermò la mano.

«Le facevamo più alte.»

«Tu le volevi più alte. Io dovevo riuscire a chiuderci il pomodoro in mezzo.»

Marta spezzò un quadratino di cioccolato. Il suono secco fece voltare Elvira.

«Tuo padre portava sempre quello con la carta rossa.»

«Qualche volta. Le altre avevamo quello che trovava.»

Irene avrebbe voluto riportare la conversazione sulla fetta di pane che stava preparando. Stese il burro fino alla crosta, poi lasciò cadere un poco di zucchero. Era convinta di ricordare il gesto di sua madre: un movimento solo, dal centro verso l'esterno, e il cucchiaino scosso due volte.

«Così?» domandò.

Elvira si avvicinò. «Se piace a te.»

La risposta la deluse più del necessario.

Marta prese una fetta e ci appoggiò sopra il cioccolato. Bruno versò un filo d'olio sul pane, facendo scorrere la bottiglia lungo il bordo per non bagnarsi le dita. Nina strofinò mezzo pomodoro su un'altra fetta, lasciando piccoli semi nelle cavità della mollica.

Il tavolo si riempì di cose semplici, ma Irene continuava a spostarle. Mise la bottiglia accanto al piatto bianco, allineò i bicchieri, girò il tagliere perché l'impugnatura non comparisse nella fotografia.

«Aspettate un secondo.»

Bruno aveva già morso il pane.

«Manca la nonna», disse Nina, indicando lo schermo.

Irene abbassò il telefono. Elvira era seduta dall'altra parte, nascosta dietro il cartone dei piatti. Si alzò per spostarlo, ma sua madre si alzò a sua volta.

«Prima mangiamo. La fotografia la fai dopo.»

Irene abbassa il telefono mentre gli amici cominciano la merenda e Elvira si alza accanto agli scatoloni.
Irene abbassa il telefono mentre gli amici cominciano la merenda e Elvira si alza accanto agli scatoloni.

3. Quello che costava una fetta

Bruno mangiava tenendo una mano sotto il mento, come faceva da ragazzo per raccogliere le briciole. La barba grigia rendeva buffo quel gesto così preciso. Irene lo guardò e disse che allora bastava poco per essere contenti.

Lui smise di masticare. «A me qualche volta non bastava.»

Irene pensò che scherzasse. «Volevi sempre il pezzo più grande.»

«Volevo la merendina degli altri.»

Marta annuì senza sorpresa. Nina appoggiò il coltello da tavola sul piatto e si sedette.

Bruno raccontò di una mattina in cui aveva nascosto il pane con l'olio sotto il banco. La carta si era macchiata e lui aveva paura che qualcuno vedesse. Aveva aspettato l'intervallo, poi era uscito in corridoio dicendo che doveva bere. Aveva mangiato accanto al termosifone, in tre bocconi, e si era pulito le dita sui pantaloni.

«Non me l'hai mai detto», disse Irene.

«Neanche a mia madre. La sera le avevo chiesto una confezione di quelle che si vedevano in televisione. Lei mi aveva detto: sabato vediamo. Non volevo farle sapere che il martedì mi sembrava troppo lontano.»

Elvira tolse una briciola dalla tovaglia. «Tua madre faceva il possibile.»

«Lo so adesso. Allora volevo avere in mano la stessa cosa degli altri.»

Irene rigirò la propria fetta. Il burro si era ammorbidito e lo zucchero lasciava sul dito una granulosità umida. Lei ricordava il piatto pronto al ritorno da scuola; Bruno ricordava la carta unta. Avevano mangiato spesso insieme, ma non avevano portato a casa la stessa storia.

«Anche io volevo altro», disse Marta. «Il cioccolato mi piaceva. Però quando mio padre lo tirava fuori dalla tasca speravo che poi si sedesse.»

Suo padre consegnava mobili e talvolta passava a casa fra un viaggio e l'altro. Le lasciava una tavoletta, controllava una ricevuta, ripartiva. Marta apriva la carta piano per allungare quei pochi minuti. Una volta gli aveva fatto trovare una sedia vicino alla porta. Lui aveva appoggiato sopra il cappotto, senza capire.

«Non era cattivo», aggiunse. «Era sempre in ritardo. Ma io avevo otto anni. Volevo raccontargli una cosa su un cane visto per strada.»

Bruno spinse verso di lei il piatto del pane. Marta prese una fetta nuova.

Nina chiese se almeno le merende fossero buone.

«Sì», risposero tutti e tre, quasi insieme.

«Allora posso dire che mi piace questa senza desiderare di vivere allora?»

Marta scoppiò a ridere. «Puoi anche desiderare una merenda diversa domani.»

Irene guardò sua figlia. Da piccola le aveva preparato dolci nei fine settimana, scegliendo ricette lunghe perché le sembravano una prova d'attenzione. Nina spesso chiedeva soltanto un panino da mangiare fuori, prima di andare a giocare. Irene si era sentita respinta da richieste che adesso le parevano molto chiare.

«Io insistevo parecchio», disse.

«Sulla torta alle pere soprattutto.»

«Era buona.»

«Sì. Ma volevo arrivare al campetto prima che facessero le squadre.»

Elvira sorrise sopra il bicchiere. Irene avrebbe preferito una parola in sua difesa; sua madre invece chiese a Nina se ci giocasse ancora, al campetto. E Nina cominciò a raccontare.

4. Le cose che Elvira non porta

Alle cinque meno un quarto Irene riprese il nastro adesivo. Gli amici potevano restare, disse, mentre loro finivano gli ultimi cartoni. Cominciò dalla credenza, dove erano rimasti i piatti scompagnati delle merende.

«Questi vengono con te.»

Elvira sollevò gli occhi. «Ne ho scelti quattro. Gli altri li regaliamo.»

«Ma sono quelli che usavamo sempre.»

«Appunto. Alcuni hanno il bordo rovinato. E nell'armadietto nuovo non c'è posto per tutto.»

Irene prese il piatto con la riga azzurra. «Questo almeno.»

«Prendilo tu.»

«Non ho spazio.»

Elvira aspettò. Il silenzio lasciò quella risposta al centro della cucina, impossibile da riporre insieme ai piatti.

«Non puoi buttare via tutto», disse infine Irene, più forte di quanto volesse.

«Non sto buttando via tutto. Sto scegliendo.»

Bruno si alzò per portare i bicchieri al lavello. Marta raccolse la carta del cioccolato. Nessuno riuscì a fare abbastanza rumore da coprire ciò che era stato detto.

Elvira si tolse la penna dal cardigan e la posò sul tavolo.

«La finestra nuova si apre senza spingere con la spalla. Il negozio è a due passi. Per uscire non devo scendere tre rampe con la borsa e poi ricordarmi se ho lasciato qualcosa qui sopra.»

«Lo so, mamma.»

«Allora lascia che sia contenta.»

Irene rimase con il piatto fra le mani. Aveva ascoltato quelle ragioni molte volte, trattandole come questioni pratiche da risolvere. Non si era accorta che sua madre le pronunciava con aspettativa.

Elvira indicò il muro accanto al frigorifero. «Lì avevo messo il calendario perché dalla macchina da cucire vedevo i giorni delle consegne. Tu ricordi che apparecchiavo alle quattro. Io ricordo quando dovevo togliere tutto alle quattro e venti perché arrivava una cliente.»

Irene ripensò al cartoncino nella scatola blu.

«Quello era per il lavoro?»

«Sì. Orli, cerniere, gonne. E i vostri nomi per sapere chi avrebbe avuto la merenda qui. Se Marta arrivava dal doposcuola, tenevo il pane da parte. Se Bruno restava, compravo una pagnotta più grande.»

«Non mi ricordo la macchina sul tavolo», disse Irene.

«Perché quando entravi l'avevo già spostata.»

Elvira lo disse senza rimprovero, e proprio questo fece abbassare a Irene lo sguardo. Vide le mani di sua madre sulla tovaglia: un'unghia spezzata, il segno chiaro dell'anello, la penna a portata di dita.

Avrebbe voluto abbracciarla. Le sembrò però che un abbraccio potesse servire a interrompere la conversazione nel punto in cui lei era a disagio.

Appoggiò il piatto azzurro nel cartone destinato alla propria casa.

«Questo lo prendo io. Gli altri li dividiamo come hai deciso.»

Elvira riprese la penna. «Scrivi bene il tuo nome. Domani altrimenti ce li caricano tutti.»

Irene cercò un punto libero sul cartone e scrisse lentamente. Non aggiunse ricordi. Scrisse soltanto Irene.

Irene mette il piatto con la riga azzurra nel proprio cartone, mentre Elvira la guarda con una penna in mano.
Irene mette il piatto con la riga azzurra nel proprio cartone, mentre Elvira la guarda con una penna in mano.

5. Il pomeriggio che ricordavano diverso

Marta propose di aprire la scatola blu con calma, prima di decidere dove metterla. Elvira rovesciò il contenuto su un vassoio. Comparvero aghi nella custodia, una cerniera senza cursore e una fotografia piegata agli angoli.

C'erano tre bambini davanti alla porta della cucina. Irene portava un grembiule scolastico troppo lungo; Bruno aveva un ginocchio bianco di polvere; Marta stringeva una fetta di pane in un fazzoletto.

«Era il giorno della recita», disse Irene.

«No, era quando avevamo bucato il pallone», rispose Bruno.

«Il pallone l'avevamo bucato in estate.»

Marta prese la fotografia senza toccarne la superficie. «Io ricordo che ero arrabbiata.»

«Perché?» domandò Nina.

«Non ne ho idea.»

Irene la guardò meglio. Aveva conservato nella mente quel pomeriggio come una giornata felice: la luce sul pianerottolo, sua madre che li chiamava, il pane preparato per tutti. Nella fotografia Marta teneva la bocca stretta. Bruno guardava qualcosa fuori dall'inquadratura. Anche Irene, a osservarla bene, sembrava impaziente.

«Avevamo litigato per il posto vicino alla finestra», disse Elvira. «Poi vi siete messi lì perché il papà di Bruno aveva la macchina fotografica.»

«E chi aveva vinto?»

«Non ricordo.»

Bruno rise. «Io ricordo che Marta aveva sempre il cioccolato. Mi sembrava ricca.»

«Era una tavoletta per tutta la settimana.»

«Non lo sapevo.»

«Non te lo dicevo. Mi piaceva che tu mi chiedessi un pezzo.»

Marta ne staccò uno dalla tavoletta sul tavolo e glielo porse. Bruno lo prese facendo un piccolo inchino. Quella volta il gesto non aveva bisogno di nascondere niente.

Irene cercò di ricordare che cosa avesse raccontato di loro a Nina. Bruno, quello che mangiava pane e olio. Marta, quella del cioccolato. Sua madre, che trovava sempre il tempo. Erano descrizioni comode, facili da ripetere mentre impastava una torta o attraversava una strada con sua figlia per mano. Le persone sedute davanti a lei avevano appena aggiunto particolari che in quelle frasi non entravano.

Elvira divise i bottoni per grandezza. Nina le chiese se potesse tenere quello bianco recuperato sotto il frigorifero.

«Per farci cosa?»

«Non lo so ancora. Mi piace.»

«Allora tienilo.»

«Non è di qualcosa d'importante?»

«Era di una camicia. Non so neanche più di chi.»

Nina se lo mise in tasca. Irene sorrise: lei avrebbe cercato un significato prima di concedersi di conservare quell'oggetto. Sua figlia aveva scelto in un secondo.

«La scatola invece?» chiese Marta.

«Viene con me», disse Elvira. «Ho ancora cose da cucire.»

«Pensavo di portarla a casa mia.»

«Puoi venire a cercare un bottone quando ti serve.»

Irene raccolse la fotografia. Chiese se potesse fotografarla con il telefono e sua madre annuì. Questa volta non spostò né il vassoio né le mani di Elvira. Nell'immagine entrarono anche i rocchetti, la cerniera incompleta e una briciola rimasta accanto al ditale.

6. Una fetta preparata per un'altra

Fu Nina a chiedere di fare una seconda merenda.

«Abbiamo ancora fame?» domandò Irene.

«Io sì. Ma vorrei preparare quella della nonna.»

Elvira la guardò. «La mia?»

«Avete parlato di quelle di tutti. Tu che cosa vuoi?»

Il rumore del traffico salì dalla finestra aperta. Elvira spinse indietro la sedia e guardò il pane rimasto, come se le avessero chiesto di scegliere da una vetrina molto più grande.

«Una fetta con il pomodoro. L'olio ce lo metto io.»

Nina si lavò le mani, prese un piatto pulito e cominciò. Il pomodoro le scivolava fra le dita; schiacciandolo troppo, ne fece cadere un pezzo sul tagliere. Elvira le mostrò come tenere la metà dalla parte della buccia.

Irene stava per dire di lasciar fare a lei. Si fermò mentre allungava la mano e prese invece il bicchiere di sua madre per riempirlo d'acqua.

Nina sistemò sul pane anche il pezzetto di pomodoro caduto. Lo portò a Elvira con un'aria seria che fece sorridere tutti.

Elvira versò l'olio. Una goccia raggiunse il bordo del piatto, e lei la raccolse con un angolo della fetta prima di assaggiare.

«Va bene», disse.

«Solo bene?»

«Se vuoi, posso fare un discorso.»

Nina rise. «No, mangia.»

Marta passò il cioccolato a Irene. «Tu la vuoi ancora con burro e zucchero?»

Irene guardò il piattino. «Sì. Però questa volta fammela tu.»

Marta spalmò il burro lasciando scoperto un bordo. Irene se ne accorse, ma non disse niente. Mangiò dalla parte coperta e poi da quella asciutta. Il pane aveva una crosta più scura di quello che ricordava, e sotto i denti il rumore era diverso.

Bruno si tagliò una fetta più alta. «Questa oggi la posso lasciare aperta», disse, posando sopra il pomodoro.

Si sedettero tutti, compresa Nina. Sul tavolo non c'era più un punto libero per appoggiare il telefono: solo piatti, mani, la scatola blu chiusa e il pane ancora da dividere.

«Mi dispiace», disse Irene a sua madre.

Elvira finì di masticare prima di rispondere. «Per cosa?»

«Per aver fatto sembrare questo trasloco una cosa che ti sta capitando.»

La madre guardò per un momento il mazzo delle chiavi accanto alla finestra.

«Mi dispiace lasciare alcune cose. Ma voglio andare.»

«Lo so. Adesso ti ho ascoltata.»

Elvira non le disse che andava tutto bene. Chiese invece se il tappeto dell'ingresso nuovo fosse già arrivato. Irene controllò il messaggio del corriere e le mostrò la fotografia della consegna.

«È più scuro di quello che avevo scelto», osservò sua madre.

«Possiamo cambiarlo.»

«Vediamo domani alla luce.»

Parlarono del tappeto, della posizione delle tazze, del negozio che chiudeva all'una. Irene si accorse di poter stare in quella conversazione senza riportarla ogni volta alla vecchia casa.

Durante la seconda merenda Irene parla a Elvira, mentre Nina, Marta e Bruno restano seduti intorno al tavolo.
Durante la seconda merenda Irene parla a Elvira, mentre Nina, Marta e Bruno restano seduti intorno al tavolo.

7. La misura del tavolo

Quando arrivarono al tavolo, la cucina era stata ripulita. Il burro era tornato in frigorifero, i piatti erano asciutti, la tovaglia gialla ripiegata. Irene passò un panno sulla formica e trovò, vicino alla parete, la piccola chiazza che da anni non riuscivano a togliere.

«Questo nella casa nuova non entra», disse Bruno, guardando le gambe del tavolo.

Irene conosceva le misure. Le aveva scritte sul quaderno insieme a quelle di tutti i mobili. Eppure tirò fuori il metro dalla borsa.

Bruno tenne ferma un'estremità. Lei lesse il numero, controllò, poi arrotolò il nastro.

«Non entra», ammise.

Il tavolino nuovo era già montato: più corto, con un piano chiaro e due sedie leggere. Elvira lo aveva scelto dopo essersi seduta in negozio per controllare l'altezza.

«Possiamo metterlo da te», propose Marta.

Irene immaginò il tavolo nella propria cucina, il passaggio bloccato, la sedia di Nina da spostare ogni volta che si apriva il forno.

«No. Neanche da me c'è posto.»

La vicina del secondo piano lo aveva chiesto per la stanza dove suo figlio studiava. Elvira aveva promesso di avvertirla appena fosse stato libero. Irene continuava a rimandare quella telefonata.

«Lo vuole ancora?» domandò.

«Sì. Ha scritto stamattina.»

Irene prese il telefono di sua madre e chiamò. La vicina arrivò pochi minuti dopo con il ragazzo. Lui appoggiò lo zaino e provò a sollevare il tavolo dal lato corto.

«Prima togliamo le gambe», disse Bruno.

Mentre cercavano la chiave giusta, Irene mostrò al ragazzo il taglio nell'angolo.

«È vecchio. Non è una crepa.»

Lui passò il pollice sopra il segno. «Mi basta che non traballi.»

Marta guardò Irene, pronta forse a dire qualcosa. Irene sorrise e si fece da parte. Il ragazzo non doveva conoscere la storia delle forbici per usare bene quel tavolo.

Bruno svitò le gambe; le viti finirono in una busta legata al piano. Quando lo portarono fuori, Irene tenne aperta la porta e controllò che non urtassero lo stipite.

Nella cucina rimase un rettangolo di pavimento più chiaro. Elvira ci passò sopra la scopa, raccogliendo polvere che nessuno aveva raggiunto per anni.

Marta abbracciò la madre di Irene e le promise di passare nella casa nuova. Bruno recuperò la giacca dal cartone degli asciugamani.

«Porto il pane», disse.

«Prima telefona», rispose Elvira. «Potrei essere fuori.»

Lui sollevò le mani in segno d'intesa. «Allora telefono.»

Dopo che gli amici furono usciti, Irene chiuse l'ultimo cartone. Nina portò in macchina la scatola blu, tenendola con entrambe le mani perché il coperchio non saltasse.

Elvira rimase sulla soglia della cucina. Guardò il muro, il lavello, la finestra. Irene non le chiese che cosa stesse pensando.

«La persiana va abbassata piano», disse sua madre.

«La abbasso io.»

Irene accompagnò la cinghia fino in fondo. Nella stanza diventata scura sentì Elvira cercare le chiavi nella tasca. Le porse il cappotto e scesero.

8. Le quattro, altrove

Il giorno dopo Irene arrivò nella casa nuova con una borsa di cose dimenticate: una prolunga, il portaspugne, il cucchiaino che sua madre preferiva. Nina portava il pane. Avevano impiegato tutta la mattina a seguire gli scatoloni, e sul pianerottolo Irene si accorse di avere ancora in mano un foglio dei traslocatori.

Elvira aprì prima che suonassero. «Siete in anticipo.»

«Sono quasi le quattro.»

«Appunto. Vi aspettavo alle quattro e mezza.»

La cucina nuova odorava di cartone e detergente. La finestra dava su un cortile con due biciclette legate alla ringhiera. Sul tavolino chiaro c'era la tovaglia gialla, piegata sotto solo da un lato perché era troppo lunga.

Irene cercò con gli occhi la posizione della macchia. Elvira la vide.

«È qui», disse, sollevando l'orlo. «Non l'ho fatta sparire nel trasloco.»

Nina appoggiò il pane e tirò fuori dalla tasca il bottone bianco. Lo mise accanto alla scatola blu, già sistemata su una mensola bassa.

«Pensavo di cucirlo sulla borsa. Mi insegni?»

Elvira cercò il filo senza dover spostare nient'altro.

Il telefono di Irene vibrò. Bruno chiedeva se potesse passare con Marta dopo aver finito una commissione. Lei stava già scrivendo di sì quando guardò sua madre.

«Hanno chiesto se possono venire.»

«Oggi no», disse Elvira. «Domani volentieri. Devo ancora trovare le lenzuola e stasera voglio andare a letto presto.»

Irene cancellò la risposta e ne scrisse un'altra. Bruno mandò un pollice alzato e domandò se il pane fosse necessario. Elvira disse di sì, ma poco: non dovevano riempirle subito la dispensa.

Nina scelse il filo blu per il bottone bianco. Elvira le fece infilare l'ago da sola, aspettando mentre la punta mancava la cruna. Irene prese dal sacchetto una fetta di pane e chiese dove fosse il coltello da tavola.

«Primo cassetto.»

La mano andò per abitudine a sinistra. Il cassetto giusto era a destra. Irene rise della propria esitazione e lo aprì.

Preparò il pane con un poco di burro e zucchero. Sul tavolo nuovo c'era spazio per tre piatti, purché la scatola del cucito restasse sulla mensola.

«È come quello di ieri?» chiese Nina.

Irene assaggiò. «Un po' più asciutto. È lo stesso pane.»

«A me piace», disse la ragazza, prendendone una fetta.

Elvira tirò piano il filo attraverso la stoffa della borsa. Nina seguì il movimento e provò il punto successivo. Irene mangiò senza cercare di ricordare quanto zucchero mettesse sua madre cinquant'anni prima.

Dopo un po' domandò dove volesse sistemare il portaspugne. Elvira indicò il lato del lavello vicino alla finestra. Irene lo appoggiò lì e scoprì che il vetro rifletteva tutte e tre, raccolte attorno a un tavolo diverso.

Prima di uscire lavò i piatti. Asciugò quello con la riga azzurra, che aveva portato per errore nella borsa, e lo rimise fra le proprie cose. Sua madre aveva già scelto i suoi quattro.

«Domani a che ora?» chiese dalla porta.

«Alle quattro e mezza. E chiamami prima.»

Irene annuì. Sul marciapiede Nina le passò il sacchetto con il pane rimasto. Dentro c'erano due fette e qualche briciola. Le avrebbero mangiate a casa, senza bisogno di aspettare un'occasione speciale.

Nella nuova cucina Elvira insegna a Nina a cucire un bottone, mentre Irene mangia pane, burro e zucchero.
Nella nuova cucina Elvira insegna a Nina a cucire un bottone, mentre Irene mangia pane, burro e zucchero.

In breve

Di una merenda possono restare il sapore, una macchia sulla tovaglia o qualcosa che allora non avevamo capito. Irene continuerà a scegliere pane, burro e zucchero; la prossima volta, però, chiederà anche agli altri che cosa desiderano. Qual era la vostra merenda da bambini? E che cosa ricordate della persona che ve la preparava?

Fonti

Fonti consultate dalla redazione e disponibili per la verifica.

  1. https://www.fda.gov/food/buy-store-serve-safe-food/selecting-and-serving-produce-safely
  2. https://www.foodsafety.gov/keep-food-safe/4-steps-to-food-safety