La giornata della salsa e il posto di Teresa

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La banda di Gusto Furbo: Giulia, Marco e Chiara in cucina
Ultimo aggiornamento: 10 ottobre 2026
Nicola trattiene una cassetta di pomodori all'ingresso mentre Livia ne recupera uno e Teresa apre il cancello. Salva
Nicola trattiene una cassetta di pomodori all'ingresso mentre Livia ne recupera uno e Teresa apre il cancello.

Questo è un racconto di fantasia. Personaggi, dialoghi e avvenimenti sono inventati. La storia segue una famiglia durante una giornata della salsa, in una casa vicino a Napoli, alla fine di agosto.

1. Quattro cassette davanti al cancello

La maniglia della cassetta cedette mentre Nicola cercava il campanello con il gomito. Un pomodoro cadde sul gradino, rimbalzò contro la sua scarpa e partì verso la strada. Lui abbassò il ginocchio per fermarlo, schiacciandosi il cartone contro lo stomaco.

«Cominciamo bene», disse sua figlia.

Livia recuperò il pomodoro prima che finisse sotto un'automobile parcheggiata. Aveva tredici anni, una maglietta gialla troppo larga sulle spalle e l'espressione attenta di chi sta raccogliendo materiale per prendere in giro il padre più tardi. Nicola le chiese di suonare. Dentro il cortile sentì una sedia spostarsi, poi il rumore della serratura.

Teresa aprì con una tazzina in mano. Guardò lui, la cassetta piegata, il pomodoro raccolto da Livia. Non portava il grembiule. A Nicola parve una piccola distrazione, come una finestra rimasta chiusa in una stanza che conosceva.

«Quante ne hai prese?»

«Quattro. Quelli belli, come dicevi tu.»

«Io ti avevo detto che erano belli. Non ti avevo detto di comprarne quattro cassette.»

Nicola sorrise ancora, aspettando che sorridesse anche lei. Teresa si spostò per farli entrare. La tazzina lasciava un cerchio umido sul piattino; lui ricordò improvvisamente di non aver preso nemmeno un caffè.

Nel cortile il tavolo era nudo. Nessuna tovaglia cerata, nessuna bacinella, nessuna fila di bottiglie. Sotto il limone, Enzo stava aggiustando il piedino di una sedia con un quadratino di cartone. Suo padre alzò gli occhi e disse soltanto: «Ti sei portato il mercato».

Nicola scaricò le altre cassette. Aveva immaginato quell'arrivo durante tutto il viaggio: l'acqua che correva, sua madre che assegnava compiti, suo padre già occupato con gli attrezzi. Dopo mesi di telefonate brevi e visite tra un impegno e l'altro, gli era sembrata una buona idea ritrovarsi attorno a qualcosa che sapessero fare insieme.

Ada arrivò poco dopo con una borsa di pane e il computer sulla spalla. Vide i pomodori e fermò la mano a metà del gesto con cui stava togliendo gli occhiali.

«Quattro?»

«Anche tu», disse Nicola.

«Io avevo capito che venivamo a fare un po' di salsa.»

«È un po' di salsa.»

Ada guardò la fila di cassette. «Per un condominio.»

Teresa posò il caffè sul davanzale. Aprì il cassetto accanto alla porta della cucina e tirò fuori il grembiule a quadretti blu. Lo piegò una volta, con cura, poi lo appoggiò sulla sedia.

Nicola aspettava che se lo legasse. Lei invece si sedette.

«Prima di cominciare», disse, «stavolta decidiamo chi fa che cosa.»

Enzo smise di armeggiare con il piedino. Nel silenzio, dal fondo della strada arrivò il rumore di un motorino. Livia mise il pomodoro recuperato in un piattino, separato dagli altri.

Teresa partecipa alla divisione dei compiti mentre Ada scrive e Nicola ascolta davanti alle cassette ancora intatte.
Teresa partecipa alla divisione dei compiti mentre Ada scrive e Nicola ascolta davanti alle cassette ancora intatte.

2. Il grembiule sulla sedia

«Io lavo», disse Nicola.

«Io posso tagliare», aggiunse Ada.

Enzo sollevò una mano. «Il passaverdure lo sistemo io.»

Teresa annuì. Aspettò ancora.

«Che manca?» domandò Nicola.

Lei si appoggiò allo schienale. «Dove mettiamo la salsa? Chi ha controllato lo spazio? Chi prepara le pentole? Che mangiamo a pranzo? E dopo, quando ve ne andate, chi rimette tutto a posto?»

Nicola guardò la porta della cucina. Gli venne da rispondere che avrebbero fatto come sempre, ma davanti a sua madre seduta quella frase gli sembrò già poco utile.

«Non dobbiamo per forza fare tutto oggi», disse Ada.

«Questo lo so. Vorrei sapere se lo sapete voi.»

Teresa non aveva alzato la voce. Era vestita per stare in casa, con la camicia color panna e i pantaloni scuri. A settant'anni, quella mattina sembrava soprattutto una persona che aveva finito il caffè e voleva decidere come trascorrere le ore successive.

Nicola si tolse l'orologio, lo posò sul tavolo e lo riprese subito, senza sapere perché.

«Pensavo ti facesse piacere.»

Teresa abbassò gli occhi sul grembiule. «Mi fa piacere che siate qui. Le cassette non le avevo invitate.»

Ada trattenne una risata. Livia invece rise, e Teresa le sorrise. Nicola sentì il calore salirgli al collo. Aveva portato un regalo che occupava l'intero ingresso e adesso toccava agli altri trovargli posto.

Presero un foglio dal quaderno vicino al telefono. Ada tracciò una riga in mezzo: da una parte scrisse ciò che serviva, dall'altra chi se ne sarebbe occupato.

Controllarono i congelatori della casa e quello di Nicola, che telefonò alla moglie per farsi confermare lo spazio disponibile. Decisero di lavorare due cassette e destinare i pomodori delle altre ai pasti dei giorni successivi, dividendoli tra le famiglie. Niente grande produzione da accumulare nella dispensa: quella volta avrebbero preparato porzioni da congelare.

«Le bottiglie?» chiese Enzo.

«Restano dove sono», rispose Teresa.

Lui inspirò come per obiettare, poi guardò le cassette. «Due bastano.»

Ada aveva una riunione di lavoro nel pomeriggio. Lo disse subito, indicando sul foglio l'orario in cui non sarebbe stata disponibile. Nicola, che inizialmente aveva previsto di ripartire dopo pranzo, scrisse il proprio nome accanto alle pentole, al pavimento e al riordino finale.

«Non mettere tutto a te per fare il bravo», disse sua sorella. «Metti quello che farai.»

Cancellò il pavimento e lo prese lei.

Livia voleva registrare i rumori della giornata con il telefono. Chiese il permesso prima di premere il tasto rosso.

«Va bene», disse Teresa. «Ma quando ti chiamo, lo appoggi.»

Alla fine mancava il pranzo. Nicola propose di ordinare qualcosa. Teresa guardò i pomodori, poi il pane.

«La pasta ce l'abbiamo. Il sugo mi pare che non manchi.»

Si alzò e prese due bacinelle. Nicola fece per riceverle entrambe; lei gliene passò una sola e portò l'altra. Il grembiule restò ancora sulla sedia.

3. L'acqua fino ai polsi

L'acqua era fresca contro i polsi. Nicola teneva ogni pomodoro tra le dita, lo girava, lo controllava e lo passava ad Ada. Lei lavorava al tagliere, mentre Livia sistemava i frutti lavati nella bacinella pulita. Quello caduto all'ingresso era rimasto da parte.

All'inizio parlarono di cose pratiche: un parcheggio trovato lontano, il costo del treno, una tapparella da riparare. Poi il lavoro prese un ritmo e le pause smisero di richiedere una frase.

Nicola ricordava le giornate della salsa da bambino attraverso rumori molto precisi. Il rubinetto, il colpo delle cassette appoggiate, il passaverdure che cigolava. Ricordava anche una zia che rideva senza riuscire a finire le parole, e lui che faceva scivolare un pomodoro nell'acqua per schizzare Ada.

Ne lasciò cadere uno da poca altezza.

Sua sorella alzò gli occhi. «Prova e ti faccio asciugare anche il muro.»

Era la stessa voce di trent'anni prima. Nicola sorrise, ma non ripeté il gesto.

Livia registrò pochi secondi del rubinetto e poi ascoltò con una cuffia. «Sembra pioggia.»

«A me sembra acqua che stiamo pagando», disse Enzo, passando dietro di loro.

Portava il passaverdure manuale, pulito, con la manovella rivolta verso il petto. Cercò subito il punto del tavolo dove fissarlo. Nicola si accorse che suo padre aveva spostato una sedia abbastanza vicina da poter lavorare seduto.

Era un dettaglio semplice. Eppure, nell'immagine che aveva conservato, Enzo era sempre in piedi.

Teresa entrava e usciva dalla cucina preparando ciò che aveva scelto di fare. Quando Nicola le chiese dove fossero gli strofinacci, lei indicò un'anta.

«Lì. Prendili tu.»

Lui aprì quella sbagliata, trovò le tovaglie e richiuse. Livia individuò il cassetto accanto.

«Abitavi qui, vero?» gli domandò.

«Molto tempo fa.»

«I cassetti non sembrano nuovi.»

Ada rise con il coltello fermo sul tagliere. Nicola prese gli strofinacci e ne diede uno alla figlia. Aveva saputo trovare, da ragazzo, soldi per il gelato, chiavi nascoste e biscotti messi in alto. Gli oggetti necessari a far funzionare una cucina gli erano rimasti quasi tutti sconosciuti.

Enzo tornò dal ripostiglio con una vecchia bottiglia vuota. Aveva un numero scritto sul vetro con il pennarello, ormai pallido.

«Questa te la ricordi?»

Nicola asciugò le mani. «Le contavamo.»

«Tu le contavi. Ada faceva i conti di quante ne spettavano a ciascuno.»

«Qualcuno doveva difendere i nostri interessi», disse lei.

Teresa, sulla soglia, guardò la bottiglia. «E io cercavo i tappi che avevate sparso.»

Nicola aveva in mente il cortile pieno di rosso, tutti soddisfatti alla fine. Non ricordava chi avesse asciugato il tavolo prima di rimettere le bottiglie, né chi avesse lavato l'ultima pentola.

«Ci fermavamo sempre a cena?» chiese.

«A volte.»

«E le altre?»

«Le altre tornavate a casa.»

Teresa rientrò. Enzo posò la bottiglia sul davanzale, lontano dal piano di lavoro, e tornò al morsetto del passaverdure.

Nicola tiene uno spessore sotto il tavolo mentre Enzo fissa il passaverdure, prima di iniziare a usarlo.
Nicola tiene uno spessore sotto il tavolo mentre Enzo fissa il passaverdure, prima di iniziare a usarlo.

4. La vite che non prendeva

Il morsetto scivolò al primo giro di manovella. Enzo fermò l'attrezzo con entrambe le mani e controllò il bordo del tavolo.

«Questo piano è troppo sottile.»

Nicola si avvicinò. «Serve uno spessore?»

«Serve quello giusto.»

Suo padre cercò nella scatola degli attrezzi, tirando fuori pezzi che sembravano avere tutti una ragione per essere stati conservati. Nicola aspettò. Poi Enzo gli passò una piccola tavoletta e il cacciavite.

«Tieni qui mentre stringo.»

Lavorarono chinati dalla stessa parte. Nicola sentiva il respiro di suo padre e l'odore del sapone rimasto sulle mani. Da bambino avrebbe cercato di indovinare l'attrezzo successivo per consegnarglielo prima che lo chiedesse. Quel giorno si limitò a tenere ferma la tavoletta.

Quando il morsetto fu stabile, Enzo gli lasciò il cacciavite.

«Controlla tu.»

Nicola provò la manovella. L'attrezzo non si mosse. «Tiene.»

«Allora siediti.»

«Non lo fai tu?»

«Un po' ciascuno.»

Ada portò una bacinella vuota e la mise sotto il passaverdure. Livia appoggiò il telefono lontano dagli schizzi. La prima polpa rossa scese lentamente, poi trovò una strada continua.

Nicola girava troppo in fretta. Enzo gli toccò appena il polso.

«Più piano. Non scappa.»

Per una volta Nicola non sentì una correzione da respingere. Allentò la presa e lasciò che la manovella gli mostrasse il ritmo.

La cottura procedeva in piccoli lotti nella cucina, sul fornello, mentre il cortile restava la zona del lavoro freddo. Teresa e Ada si alternavano alle pentole; Livia rimaneva al tavolo, lontano dal calore. Nicola si occupava del passaverdure e seguiva il programma che avevano scritto, senza aggiungere altri pomodori solo perché l'attrezzo era finalmente pronto.

«Da piccola mi facevano lavare per ore», raccontò Teresa, portando fuori una ciotola vuota.

Nicola alzò la testa. «Non eri contenta?»

«A volte. A volte volevo andare a giocare.»

«Non ce l'hai mai detto.»

«Non me l'avete mai chiesto.»

Livia seguì con gli occhi il movimento della manovella. «A te piaceva passare i pomodori, papà?»

«Mi piaceva quando toccava a me. Mi piaceva meno quando dovevo aspettare.»

«Quindi anche tu volevi fare altro.»

«Anche io.»

Teresa prese finalmente il grembiule dalla sedia e se lo legò. Non ci fu un annuncio. Tornò al suo lotto, mentre Ada controllava la lista e Nicola finiva quello che aveva davanti.

A mezzogiorno il cortile odorava di pomodoro e di legno bagnato. Enzo si era seduto accanto al figlio, con le mani sulle ginocchia. Ogni tanto suggeriva un movimento; più spesso guardava il rosso raccogliersi nella ciotola.

Quando Nicola si alzò per lavarsi, suo padre prese il posto senza commentare. Livia gli avvicinò la bacinella pulita. Nessuno dovette dirle di farlo.

Teresa uscì a bere un bicchiere d'acqua. Restò appoggiata allo stipite per qualche minuto, seguendo il lavoro degli altri prima di rientrare.

5. Un piatto senza padrone

Misero da parte il sugo per il pranzo. Le prime porzioni destinate al congelatore furono raffreddate rapidamente, sistemate nei contenitori adatti e riposte; il resto del lavoro sarebbe ripreso dopo aver mangiato. Ada liberò una metà del tavolo, mentre Nicola portava piatti e posate.

Teresa scolò la pasta. Enzo tagliò il pane, anche se nessuno sembrava averne bisogno, e Livia riempì i bicchieri. Per qualche minuto tornarono tutti a muoversi come avevano sempre fatto: abbastanza vicini da intralciarsi, abbastanza abituati da non chiedere spazio.

Nicola mangiò la prima forchettata in piedi.

«Siediti», disse sua madre.

Lui obbedì. Ada si accomodò di fronte e controllò l'orario della riunione. Livia soffiava sulla pasta. Enzo cercava il formaggio.

Teresa rimase accanto alla pentola con un piatto vuoto in mano.

«Mamma, vieni», disse Nicola.

«Adesso.»

Lui guardò il proprio piatto, già pieno. Poi quello di lei.

Si alzò, prese il mestolo e le porse la mano libera. Teresa esitò appena prima di consegnargli il piatto.

«Quanta?»

«La mangio, Nicola. Non devi fare una cerimonia.»

Ne mise una porzione e la appoggiò al posto vicino al suo. Spostò la sedia perché lei potesse passare. Teresa sedette, raccolse i capelli dietro l'orecchio e mangiò senza dire altro.

Nicola tornò alla propria pasta. Era ancora calda, ma non abbastanza da giustificare il nodo che sentiva in gola.

Enzo raccontò di una giornata in cui la manovella si era staccata e lui aveva dovuto cercarla sotto il tavolo. Ada ricordava il fracasso, Nicola ricordava le risate. Teresa ricordava di averli mandati tutti fuori dalla cucina per poter finire.

«Possibile che noi ricordiamo sempre la parte comoda?» domandò Ada.

«Eravate bambini», rispose Teresa.

Nicola arrotolò sul bordo del piatto una striscia di carta del tovagliolo. «Stamattina però no.»

Lei posò la forchetta.

«Hai comprato i pomodori senza chiedere. Si può rimediare.»

«Mi dispiace.»

Teresa annuì e riprese a mangiare. Non gli tolse l'imbarazzo con una battuta, e Nicola le fu grato anche se, in quel momento, avrebbe preferito sentirsi assolto.

Livia chiese com'era il cortile quando suo padre aveva la sua età. Ada descrisse un tavolo diverso e una bicicletta sempre appoggiata nel posto sbagliato. Enzo sostenne che quella bicicletta fosse di Nicola. Nicola disse che era di Ada. Sua sorella smise di mangiare per guardarlo meglio.

«La tua era rossa.»

«Appunto.»

«La mia era verde.»

Livia scoppiò a ridere. Stavolta non registrò nulla.

Quando ebbero finito, Teresa fece per raccogliere i piatti. Ada le prese delicatamente quello dalle mani.

«Vai a sederti sotto il limone. Ho venti minuti prima della riunione.»

«I bicchieri li porto io», disse Enzo.

Nicola raccolse le posate. Teresa rimase un istante accanto al tavolo, come se stesse controllando di non aver dimenticato qualcosa. Poi si tolse il grembiule e andò verso la sedia all'ombra.

Teresa legge sotto il limone mentre Nicola ed Enzo riordinano la cucina e Livia le porta un bicchiere d'acqua.
Teresa legge sotto il limone mentre Nicola ed Enzo riordinano la cucina e Livia le porta un bicchiere d'acqua.

6. Quello che succede dopo

Il lavello sembrava più piccolo quando Nicola vi arrivò con le pentole. Provò a infilare la più grande sotto il rubinetto e urtò il bordo. Cambiò inclinazione, bagnandosi la camicia sulla pancia.

Dal cortile Teresa lo vide. «Quella va girata dall'altra parte.»

Lui girò la pentola. Funzionò.

«Potevi anche lasciarmi scoprirlo», disse.

«Avrei perso tutta la giornata.»

Lei aveva un libro aperto sulle ginocchia, ma teneva un dito tra le pagine senza leggere. Nicola cominciò a lavare. Enzo asciugava gli utensili puliti e li sistemava dove il figlio riusciva poi a trovarli. Livia sparecchiò le briciole, separando il tavolo del pranzo da quello che sarebbe servito per gli ultimi lotti.

Ada entrò nella stanza sul retro per la sua riunione. Prima di chiudere la porta mostrò l'orario con le dita. Nessuno la chiamò per chiedere dove fossero gli oggetti.

Nicola cambiò l'acqua, pulì il piano e preparò i contenitori. Rimaneva ancora una parte della salsa da lavorare. La lista sul foglio aveva macchie di pomodoro e una piega bagnata; lui la spostò sul frigorifero con una calamita.

Teresa arrivò sulla soglia.

«Serve una mano?»

«Adesso no. Quando finiamo il lotto ti chiamo per vedere se la consistenza ti sembra giusta.»

«Va bene.»

Riprese il libro. Questa volta, quando Nicola guardò fuori, la pagina era cambiata.

L'ultimo lotto richiese meno tempo di quanto Nicola temesse, perché nessuno tentò di aggiungere anche la terza cassetta. Enzo lavorò al passaverdure, lui seguì la pentola e Teresa venne ad assaggiare una piccola quantità con un cucchiaio pulito.

«Per me va bene così.»

Nicola spense il fornello. Per le porzioni da conservare seguirono il piano di raffreddamento già preparato: piccoli lotti, recipienti immersi in acqua fredda, poi contenitori adatti al congelamento con lo spazio necessario. Non lasciarono la salsa in attesa nel cortile mentre pulivano.

Livia scrisse le etichette sul tavolo asciutto. Voleva aggiungere un nome a ciascuna porzione.

«Salsa della nonna?» propose.

Teresa, dalla sedia, alzò gli occhi.

«Oggi mi pare un'attribuzione un po' generosa.»

La ragazza cancellò. Scrisse semplicemente “Salsa di agosto”, lasciando accanto il posto per la data.

Ada uscì dalla riunione con l'espressione di chi ha parlato abbastanza. Appoggiò il computer, si cambiò le scarpe e prese il secchio per il pavimento.

«Ho finito. Dove comincio?»

Nicola indicò l'angolo vicino al lavello. Non aggiunse che poteva lasciar perdere, né che ci avrebbe pensato lui. Sul foglio quel lavoro aveva già un nome.

Fuori, Teresa lesse ancora qualche pagina. Il rumore della scopa passava dalla cucina al cortile; Enzo sistemava gli attrezzi. Quando Livia le portò un bicchiere d'acqua, lei chiuse il libro per ringraziarla e poi lo riaprì.

7. La pagina per l'anno prossimo

Nel tardo pomeriggio le porzioni erano nel congelatore. Ada avrebbe ritirato le proprie quando fossero ben congelate, un altro giorno; Nicola avrebbe fatto lo stesso, organizzando il trasporto. I pomodori rimasti furono divisi in cassette più leggere, senza promettere a nessuno un'altra giornata di lavoro.

Livia contò le etichette avanzate e le ripose nella scatola. Poi prese il quaderno vicino al telefono.

«Posso usare una pagina?»

Teresa le fece cenno di sì.

La ragazza scrisse “Anno prossimo” e sotto aggiunse una domanda: “Quanti ne vogliamo fare?”. Mise un piccolo quadrato vuoto accanto, poi un altro per lo spazio nei congelatori e un altro per il pranzo.

Nicola lesse da sopra la sua spalla. «Mi stai preparando un esame?»

«Ti sto evitando quattro cassette.»

Ada chiese la penna e aggiunse il controllo degli utensili. Enzo volle scrivere di procurare lo spessore per il tavolo prima di iniziare.

«Quello di oggi lo teniamo», disse Nicola.

«Se lo rimetti al suo posto.»

Nicola andò a cercarlo subito. Enzo sorrise senza farsi vedere.

Teresa guardava la pagina da lontano. Nessuno le aveva chiesto di scrivere l'elenco, e la calligrafia di Livia attraversava il foglio in righe leggermente oblique.

«Non fissate già la data», disse.

La penna si fermò. Livia lasciò il posto vuoto.

«Prima chiediamo», rispose.

Teresa annuì. «Prima chiedete.»

Nicola finì di pulire il passaverdure e ne asciugò le parti con attenzione. Enzo gli mostrò dove riporle. Nella scatola degli attrezzi, lo spessore di legno trovò posto accanto al cacciavite.

Il cortile aveva recuperato la sua forma abituale. Le cassette vuote erano impilate, il tavolo asciutto, il rubinetto chiuso. La vecchia bottiglia restava sul davanzale, trasparente nel sole basso.

«Quella la rimetti dentro?» domandò Teresa a Enzo.

Lui la prese per il collo. «Certo.»

Nicola gli andò dietro fino al ripostiglio. Vide le bottiglie conservate sugli scaffali e il grande recipiente che, nei suoi ricordi, occupava il centro della giornata. Ora era soltanto un oggetto ingombrante in una stanza fresca.

«Ti è mancato fare come prima?» chiese.

Enzo sistemò la bottiglia. «Un poco.»

Nicola aspettò.

«Però oggi abbiamo finito prima di essere stufi.»

Uscirono insieme. Ada era seduta sul gradino e si massaggiava una mano. Livia le stava facendo ascoltare una registrazione: acqua, manovella, una risata interrotta dalla voce di Enzo.

«Questo lo tieni?» chiese lui.

«Se vuoi lo cancello.»

Enzo si avvicinò per ascoltare meglio. «No. Questo tienilo.»

Nicola prese una sedia e si sedette. Gli rimaneva l'abitudine di cercare un'altra cosa da fare prima di fermarsi. Controllò la cucina attraverso la porta aperta: il lavello era vuoto, il piano pulito. Poteva restare lì.

Teresa uscì con il quaderno e lo appoggiò sulle ginocchia di Livia, aperto alla pagina nuova.

Livia mostra a Teresa la pagina per la prossima giornata della salsa, mentre la famiglia riposa nel cortile riordinato.
Livia mostra a Teresa la pagina per la prossima giornata della salsa, mentre la famiglia riposa nel cortile riordinato.

8. Il tavolo rimasto fuori

«Scrivi anche una cosa», disse Teresa.

Livia prese la penna.

«Che se qualcuno non può venire, lo dice. E facciamo meno.»

La ragazza scrisse lentamente, lasciando una riga intera a quella frase. Poi girò il quaderno verso la nonna perché controllasse.

Teresa lo lesse e le restituì la penna. «Basta così.»

Ada allungò le gambe sul gradino. Aveva perso il treno che inizialmente pensava di prendere, ma ne aveva scelto un altro quando avevano diviso i compiti, senza farne un sacrificio da ricordare agli altri. Nicola si offrì di accompagnarla alla stazione.

«Tra mezz'ora», disse lei.

Livia chiese se potessero restare a dormire. Nicola telefonò a casa, parlò con sua moglie e tornò con due cambiamenti al programma: sarebbero rimasti, e il mattino dopo sarebbe andato lui a comprare il pane.

«Il pane lo prendo io di solito», disse Enzo.

«Allora andiamo insieme.»

Teresa non intervenne. Sfogliava il quaderno, fermandosi su vecchi numeri di telefono e appunti di spesa. Livia le chiese chi fosse una persona scritta a matita. Sua nonna cominciò a raccontare di una vicina che prestava sempre le sedie, ma voleva riaverle prima del telegiornale.

Il racconto prese una strada lunga. Ada aggiunse un dettaglio, Enzo lo corresse, Teresa confermò la versione di Ada. Nicola ascoltò senza guardare l'ora.

Prima di partire per la stazione, Ada si alzò e abbracciò sua madre. Non portava ancora via la salsa, soltanto una cassetta di pomodori freschi e il computer. Teresa le mise in mano il pane rimasto, avvolto in un sacchetto.

«Questo non dimenticarlo in macchina.»

«Lo tengo sulle ginocchia.»

Livia rimase con i nonni. Quando Nicola tornò, trovò il tavolo ancora fuori e tre tazzine sopra. Sua figlia stava leggendo ad alta voce una pagina del libro di Teresa, inciampando nei nomi stranieri. Enzo ascoltava con gli occhi socchiusi.

Nicola entrò in cucina per cercare una tazza. Aprì il cassetto giusto al primo tentativo. Si versò un po' d'acqua e uscì.

«La macchina l'hai chiusa?» domandò suo padre.

«Sì.»

«Il cancello?»

«Anche.»

Si sedette accanto a Teresa. Lei gli toccò l'avambraccio e indicò una piccola macchia rossa vicino al polso.

«Quella te la porti fino a domani.»

Nicola provò a strofinarla con un dito umido. Non venne via del tutto.

Livia riprese a leggere. Il tavolo avrebbe potuto essere rimesso dentro, ma nessuno aveva fretta. Nel congelatore c'era la salsa; nel ripostiglio, le bottiglie vuote. Il quaderno era rimasto aperto sulla pagina dell'anno successivo, con lo spazio per la data ancora bianco.

Quando si fece buio, Nicola portò dentro le tazze. Teresa restò seduta ad ascoltare la fine del capitolo.

In breve

Nicola avrebbe ricordato soprattutto quel ritorno dalla stazione: il tavolo ancora fuori, Livia che leggeva e sua madre seduta. La salsa sarebbe arrivata nei piatti durante l'inverno. Il ricordo della giornata, invece, aveva già trovato un posto diverso. Nella vostra famiglia, chi preparava tutto prima che gli altri arrivassero, e chi restava a riordinare dopo?

Fonti

Fonti consultate dalla redazione e disponibili per la verifica.

  1. https://nchfp.uga.edu/how/freeze/vegetable/freezing-tomatoes
  2. https://nchfp.uga.edu/how/can/how-do-i-can-tomatoes/canning-tomatoes-introduction